Recensione “Il Corponauta” su Traks

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Nati nel 2010 a Brescia, Il Paradiso degli Orchi si ripresentano sulla scena con il proprio secondo album, Il Corponauta, concept ispirato al libro omonimo di Flavio Emer. La band conferma le proprie forti radici progressive, qui spesso mescolate ad altri generi confinanti.

Il Paradiso degli Orchi traccia per traccia

Si parte da Il mondo dei pensieri, che mette subito in evidenza le ispirazioni progressive della band, non soltanto per la lunghezza del brano ma anche per sonorità chiaramente ispirate alle band anni Settanta italiane e straniere. Più breve e aggressiva Il Corponauta, title track dai tratti teatrali con ritmiche variegate.

Si procede con Silenzi, in cui il flauto prende un posto importante tra sonorità per lo più tranquille e piuttosto crimsoniane. Nella seconda parte emerge con prepotenza la chitarra elettrica.

Arriva poi Pioggia, con lunga introduzione strumentale che nel riff di tastiera sembra voler citare i Doors. Nella seconda parte del brano entra la voce e riemergono tratti prog, che sembrano guardare in direzione della Pfm e di altri gruppi coetanei.

Chitarra acustica nell’apertura di Specchio, che piano piano acquista corpo e spazio per altri strumenti e per la voce. Volare via apre invece coinvolgendo fin da subito gran parte degli strumenti. La chitarra elettrica prende presto la propria parte nel proscenio. Il pezzo punta su cori e su un drumming serrato nella seconda parte, con pause di tranquillità qui e là.

Apertura festosa per La stanza dei ricordi, con la chitarra che prende subito il controllo. Ma dopo la lunga partenza intervengono toni più cupi, anche se nel disco non si esagera dal lato dell’oscurità. Ma ci sono eccezioni, per esempio Addio al corpo, in cui chitarra elettrica e flauto dialogano in un brano che abbraccia sonorità metal (qualche episodio degli Iron Maiden più lirici può tornare alla mente). Anche le tastiere si aggiungono alla cavalcata, aggiungendo fluidità al movimento. Si procede a ritmi un po’ meno sostenuti ne Il Volo, aperto da armonie vocali e sorretto da cori anche durante il percorso, con un buon giro di basso a innervare il tutto.

Placidi i ritmi iniziali di Deserto, monumentale suite da oltre 18 minuti, in cui si avanza a passi cadenzati tra sonorità e melodie con qualche traccia di blues. Emergono poi percussioni tribali, che portano ad accelerazioni che fanno emergere di nuovo la chitarra, qui impegnata con suoni piuttosto acidi e psichedelici. Dopo un climax che comprende le parole di congedo di Emer, si rallenta e ci si inoltra in passaggi più scuri.

Si chiude con Il gran finale, altra suite superiore ai 9 minuti, che si insinua tra ritmi vagamente orientali, ma con forza elettrica ben distribuita. Elettrico ed enfatico anche il segmento terminale del pezzo e dell’album.

Nonostante le evidenti influenze progressive, il Paradiso degli Orchi non si lascia andare troppo a virtuosismi sterili. Al contrario il disco sembra ben costruito ed equilibrato, e benché trovi pubblico soprattutto tra gli appassionati del genere, può puntare a convincere anche chi non ama particolarmente le nostalgie dei 70s.

 

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Il Paradiso degli Orchi